Tra i tanti validi motivi che fanno ritenere l'Italia un paese "anormale" si può annoverare adesso anche la querelle sui temi etici in politica. La campagna elettorale è il momento peggiore per capire bene i contorni della questione, ma tant'è, proviamo a farlo.
I temi etici sono, o dovrebbero essere, tutti quelli che toccano la vita, i comportamenti e i rapporti tra le persone.
Il punto di vista "laico" è che questi temi sono annoverabili tutti come "diritti della persona", e pertanto, essendo "diritto", sono dentro la storia, ovvero sono espandibili modificabili e contrattabili. Il punto di vista "religioso", che in Italia vuol dire cattolico, è che i temi dell'etica sono "dogmi", ovvero non sono contrattabili e non sono modificabili.
Pur non esprimendo alcuna inclinazione per uno dei due punti di vista, è del tutto evidente che sono due argomentazioni radicalmente diverse ed inconciliabili. Mentre un diritto può emergere dopo che se ne è ravvisata la necessità hic et nunc, la fede è atemporale. La fede non può mutare, o c'è o non c'è. Non si può credere in parte.
La riflessione che viene fuori da queste premesse è che uno Stato moderno e laico (ovvero che non ha i precetti di una religione come premessa della propria legislazione) deve inevitabilmente trovare un compromesso tra questi due punti di vista inconciliabili. Uno Stato di diritto e democratico non può né far prevalere né ignorare le istanze sociali, culturali e religiose prevalenti in un dato momento.
A tale proposito, credo che negli ultimi mesi le due parti inconciliabili abbiano entrambe commesso l'errore di non riconoscere la legittimità delle rispettive istanze.
La parte "laica" ha accusato la Chiesa di intromissione nei fatti e nelle leggi del Parlamento, chiedendo di tacere sul tema più discusso, l'aborto. La tesi è che la Chiesa non può fare leva sulla fede per condizionare le scelte di chi governa.
La parte "cattolica" ha accusato un pezzo d'Italia laico di aver dimenticato una battaglia di civiltà, che coincide anche con un precetto della fede: non uccidere. In questa accusa si è dato per scontato che la legalizzazione dell'aborto, di per sé, è un male. Qualcuno potrebbe rispondere che non è vero, perché la richiesta è di applicare la legge 194 per intero. In realtà, se il problema fosse solo questo, non si capisce perché si parli solo ora. Sarebbe bastato ripetere ad ogni spron battuto che bisognava applicare meglio la legge. Non è così. La battaglia ha evidentemente un altro obiettivo, evidenziare con nettezza un punto di vista cattolico rispetto all'incombente secolarizzazione dei costumi e della cultura mondiale.
Tutte posizioni assolutamente legittime e, credo, anche utili. Da questa diatriba resteranno sul terreno due elementi di riflessione importanti: da una parte la necessità che una legge giusta difenda tutti, dall'altra la necessità di guardare alla vita umana come il valore primo della nostra esistenza.
Tra il bianco e nero, però, mi colpiscono le infinite sfumature di grigio. Partiamo dal caso Ferrara. Un giornalista e un intellettuale di certo vivace ed acuto, ma non un campione di coerenza. E non perché da marxista è diventato liberalista puro, ma perché in una fase importante delle vicende del mondo ha difeso a spada tratta la scelta unilaterale degli Stati Uniti di attaccare Afghanistan e Iraq. Ha difeso Bush anche quando è venuta fuori la storia dei falsi indizi sull'Iraq e delle torture nelle carceri militari. Se un così alto difensore della vita fin dal suo concepimento, ritiene che la vita delle centinaia di migliaia di donne, bambini, uomini, vecchi e giovani morti sotto le bombe o nei raid valga meno di un progetto di essere umano, qualcosa non va. Ferrara è un monumento vivente all'ipocrisia pelosa. E per me è inaccettabile che dentro la Chiesa ci sia chi segue Ferrara in questa finta battaglia. Finta, fintissima. La moratoria sull'aborto è un falso problema. Ferrara & C. si sono chiesti davvero quali sono le cause che portano una donna ad abortire? Qualunque persona di buon senso sa che le ragioni sono essenzialmente: l'indigenza, la vergogna, la solitudine, l'egoismo. Ognuno di questi mali ha bisogno della sua cura. Che senso ha dire fermiamo il male se non ne individuiamo i sintomi e la cura?
Primo sintomo, se si sceglie l'aborto per la povertà, allora vuol dire che c'è bisogno di un enorme sforzo dell'intera società per offrire aiuto, lavoro, sostegno, servizi a chi non ce la fa. E su questo c'è una responsabilità diffusa di chi potrebbe fare e non fa, sia nel piccolo paese che a livello nazionale. E chi può e non fa meriterebbe una scomunica.
Secondo, se all'aborto ci sia arriva per vergogna o solitudine vuol dire che anche la piccola comunità è stata chiusa e distante. Non ha visto e non ha aiutato, ma ha puntato il dito solo per giudicare. E di sepolcri imbiancati ce ne sono tanti, ma sono gli stessi che preferiscono condannare una donna fragile che ha abortito, piuttosto che guardare la trave nel proprio occhio bugiardo.
Terzo, l'egoismo. Chi perde il senso del valore della vita ha un male ben più grave dell'aborto in sé. Chi consapevolmente sceglie di dare o togliere la vita al proprio figlio non è più un uomo o una donna. Ha perso ogni calore e senso dell'umanità. Chi sacrifica una vita per i soldi, per il successo, per la spensieratezza, uccide anzitutto un pezzo di sé, indurisce e atrofizza il proprio cuore. Dopo una scelta fatta così, ci sarà in giro un altro uomo o un'altra donna vivo nel corpo, ma morto nell'anima. E un giorno, prima o poi, quel dolore tagliato via con superficialità si riaffaccerà dal nero profondo della propria fragilità umana e sarà devastante. E chi coltiva l'indifferenza verso la vita è chi esalta l'avere sull'essere, il piacere sulla felicità, il denaro sull'amore. Gli spacciatori di questi modelli di vita deleteri sono i boss della TV e dei mezzi di comunicazione. Il modello vincente è il giovane, bello e ricco. E da questi spacciatori di menzogne non è accettabile la difesa della vita.
Ultima riflessione sul pensiero "laico". Guai a pensare che la laicità si difenda con il laicismo, che dallo Stato etico ci si difenda con l'etica fai da te, che i valori della vita e della famiglia siano un ostacolo all'emancipazione e alla crescita individuale. Il laicismo mi fa orrore quando esalta le richieste di una minoranza, senza garantire in principio i diritti fondativi della società umana. Il laicismo uccide la laicità quando spaccia l'idea che l'etica è solo una scelta individuale. Questa è l'anarchia. Senza etica una comunità si divora, sbrana se stessa. E le prime vittime saranno sempre i più deboli, i meno attrezzati economicamente e culturalmente. Il laicismo è nemico della democrazia, perché un'etica individualista può calpestare il diritto del prossimo.
Pertanto, vorrei che dopo le scintille stupide di questa campagna elettorale, tutti recuperino il senso della laicità dello Stato, che garantisce la vita, difende i più deboli, consente a tutti di esprimere la propria opinione. Su come si difenda la vita, a mio parere, ancora non si è cominciato a parlare con cognizione di causa. Secondo Ferrara, in Cina la legge che obbliga le famiglie ad avere un solo figlio è un abominio. Se così non fosse stato però, la Cina oggi avrebbe tre miliardi di abitanti, con la conseguenza di fagocitare tutte le proprie risorse naturali e di innescare una crisi economica mondiale devastante, con relativa scia di sangue, conflitti, morti, dolore, violenza. Prima di giocare a chi la spara più grossa, proverei a ragionare.