giovedì 1 maggio 2008

PALINGENESI RIFORMISTA

La battaglia è finita. Gli sconfitti si leccano le ferite. I vincitori marciano spavaldi. Con il maledetto difetto di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, provo a fare un'analisi e a preconizzare il futuro, come la Sibilla che albergava a pochi km da dove vivo.

Pars destruens. Anzitutto, a me sembra palese che la sconfitta del PD non c'è. Perché il PD è storicamente vivo e necessario. La vera sconfitta di queste elezioni epocali non è politica, ma culturale. Ha perso il paradigma della sinistra italiana, costruito sulle ceneri di esperienze storiche e politiche cristallizzate. Quel paradigma è stato, fino al 14 aprile, il vademecum di una religione laica, dentro la quale si sono costruiti dogmi e regole. L'appartenenza a questa chiesa politica ha significato per quarant'anni sentirsi parte di un gruppo di italiani "antropoligicamente" diversi. Gli italiani di sinistra... quelli che vanno al cinema a vedere l’ultimo film iraniano e dicono che la TV fa schifo… quelli che leggono i giornali, ma quelli intelligenti, mica quelli di destra o la Gazzetta dello Sport… quelli che la musica o è Jazz o è musica popolare, altrimenti mica siamo a Sanremo… quelli che non vogliono gli inceneritori, ma che cazzo l’aereo, la macchina, il motorino mi servono… quelli che la tolleranza è fondamentale, ma che palle stì cattolici… quelli che il multiculturalismo è trendy, ma sto cazzo di albanese mi sta graffiando il parabrezza… quelli che vuoi mettere Ozpetek con quelle menate americane… quelli che gli imprenditori sono degli sfruttatori bastardi, ma la lotta di classe contro le Coop quando la facciamo?... quelli che il popolo ha il diritto sacrosanto al voto democratico, ma quelli che votano a destra sono proprio degli idioti ignoranti cafoni zotici illetterati bevitori di Tavernello… quelli che a me i nazionalisti fanno schifo e l’inno lo canto solo ai Mondiali di calcio… quelli che la destra è sempre post-fascista, mentre la sinistra è socialista, riformista, antiglobalista, comunista, per lo sviluppo ma anticapitalista, filopalestinese e filoisraeliana, ambientalista, contro la disoccupazione ma senza troppe industrie, per la questione meridionale ma senza per forza che il Sud sia come il Nord, cazzo c’avete il mare!... quelli che facciamo una riunione contro le emissioni nocive, ahò ma ce l’hai na’ sigaretta?... insomma quelli che per anni hanno creduto di essere gli unici portatori sani di cultura e democrazia. Il popolo italiano evidentemente non ci crede, o meglio, non c’ha mai creduto.

Pars construens. Il PD, libero da questa enorme zavorra pseudo-ideologica, può costruire FINALMENTE in Italia una sinistra riformista moderna, “europea”. Dovrà costruire un proprio modello economico e sociale, che oggi non c’è. È la sfida della nuova generazione, cresciuta più con i cartoni giapponesi che le Feste dell’Unità. Noi che oggi abbiamo venti, trenta e quarant’anni, abbiamo l’onere storico di “pensare”, di elaborare soluzioni per il bene dell’Italia, di costruire l’orgoglio di essere italiani ed europei. Siamo solo all’inizio di una grande avventura. I nostri nipoti studieranno tutto questo sui libri di storia e ci chiederanno, ma tu c’eri? Come noi abbiamo fatto con i nostri nonni, quando chiedevamo di raccontarci il dopoguerra e gli anni Cinquanta. Walter o non Walter, è cominciata una nuova fase della storia italiana. E smettiamola di scandalizzarci per gli ex missini, l’Italia non è così provincialotta. Negli USA c'è un candidato afroamericano democratico che continua a dire: "Giusto o sbagliato, questo è il mio Paese!".

sabato 1 marzo 2008

LA VITA TRA LAICI E CATTOLICI

Tra i tanti validi motivi che fanno ritenere l'Italia un paese "anormale" si può annoverare adesso anche la querelle sui temi etici in politica. La campagna elettorale è il momento peggiore per capire bene i contorni della questione, ma tant'è, proviamo a farlo.
I temi etici sono, o dovrebbero essere, tutti quelli che toccano la vita, i comportamenti e i rapporti tra le persone.

Il punto di vista "laico" è che questi temi sono annoverabili tutti come "diritti della persona", e pertanto, essendo "diritto", sono dentro la storia, ovvero sono espandibili modificabili e contrattabili. Il punto di vista "religioso", che in Italia vuol dire cattolico, è che i temi dell'etica sono "dogmi", ovvero non sono contrattabili e non sono modificabili.
Pur non esprimendo alcuna inclinazione per uno dei due punti di vista, è del tutto evidente che sono due argomentazioni radicalmente diverse ed inconciliabili. Mentre un diritto può emergere dopo che se ne è ravvisata la necessità hic et nunc, la fede è atemporale. La fede non può mutare, o c'è o non c'è. Non si può credere in parte.
La riflessione che viene fuori da queste premesse è che uno Stato moderno e laico (ovvero che non ha i precetti di una religione come premessa della propria legislazione) deve inevitabilmente trovare un compromesso tra questi due punti di vista inconciliabili. Uno Stato di diritto e democratico non può né far prevalere né ignorare le istanze sociali, culturali e religiose prevalenti in un dato momento.
A tale proposito, credo che negli ultimi mesi le due parti inconciliabili abbiano entrambe commesso l'errore di non riconoscere la legittimità delle rispettive istanze.
La parte "laica" ha accusato la Chiesa di intromissione nei fatti e nelle leggi del Parlamento, chiedendo di tacere sul tema più discusso, l'aborto. La tesi è che la Chiesa non può fare leva sulla fede per condizionare le scelte di chi governa.
La parte "cattolica" ha accusato un pezzo d'Italia laico di aver dimenticato una battaglia di civiltà, che coincide anche con un precetto della fede: non uccidere. In questa accusa si è dato per scontato che la legalizzazione dell'aborto, di per sé, è un male. Qualcuno potrebbe rispondere che non è vero, perché la richiesta è di applicare la legge 194 per intero. In realtà, se il problema fosse solo questo, non si capisce perché si parli solo ora. Sarebbe bastato ripetere ad ogni spron battuto che bisognava applicare meglio la legge. Non è così. La battaglia ha evidentemente un altro obiettivo, evidenziare con nettezza un punto di vista cattolico rispetto all'incombente secolarizzazione dei costumi e della cultura mondiale.
Tutte posizioni assolutamente legittime e, credo, anche utili. Da questa diatriba resteranno sul terreno due elementi di riflessione importanti: da una parte la necessità che una legge giusta difenda tutti, dall'altra la necessità di guardare alla vita umana come il valore primo della nostra esistenza.
Tra il bianco e nero, però, mi colpiscono le infinite sfumature di grigio. Partiamo dal caso Ferrara. Un giornalista e un intellettuale di certo vivace ed acuto, ma non un campione di coerenza. E non perché da marxista è diventato liberalista puro, ma perché in una fase importante delle vicende del mondo ha difeso a spada tratta la scelta unilaterale degli Stati Uniti di attaccare Afghanistan e Iraq. Ha difeso Bush anche quando è venuta fuori la storia dei falsi indizi sull'Iraq e delle torture nelle carceri militari. Se un così alto difensore della vita fin dal suo concepimento, ritiene che la vita delle centinaia di migliaia di donne, bambini, uomini, vecchi e giovani morti sotto le bombe o nei raid valga meno di un progetto di essere umano, qualcosa non va. Ferrara è un monumento vivente all'ipocrisia pelosa. E per me è inaccettabile che dentro la Chiesa ci sia chi segue Ferrara in questa finta battaglia. Finta, fintissima. La moratoria sull'aborto è un falso problema. Ferrara & C. si sono chiesti davvero quali sono le cause che portano una donna ad abortire? Qualunque persona di buon senso sa che le ragioni sono essenzialmente: l'indigenza, la vergogna, la solitudine, l'egoismo. Ognuno di questi mali ha bisogno della sua cura. Che senso ha dire fermiamo il male se non ne individuiamo i sintomi e la cura?
Primo sintomo, se si sceglie l'aborto per la povertà, allora vuol dire che c'è bisogno di un enorme sforzo dell'intera società per offrire aiuto, lavoro, sostegno, servizi a chi non ce la fa. E su questo c'è una responsabilità diffusa di chi potrebbe fare e non fa, sia nel piccolo paese che a livello nazionale. E chi può e non fa meriterebbe una scomunica.
Secondo, se all'aborto ci sia arriva per vergogna o solitudine vuol dire che anche la piccola comunità è stata chiusa e distante. Non ha visto e non ha aiutato, ma ha puntato il dito solo per giudicare. E di sepolcri imbiancati ce ne sono tanti, ma sono gli stessi che preferiscono condannare una donna fragile che ha abortito, piuttosto che guardare la trave nel proprio occhio bugiardo.
Terzo, l'egoismo. Chi perde il senso del valore della vita ha un male ben più grave dell'aborto in sé. Chi consapevolmente sceglie di dare o togliere la vita al proprio figlio non è più un uomo o una donna. Ha perso ogni calore e senso dell'umanità. Chi sacrifica una vita per i soldi, per il successo, per la spensieratezza, uccide anzitutto un pezzo di sé, indurisce e atrofizza il proprio cuore. Dopo una scelta fatta così, ci sarà in giro un altro uomo o un'altra donna vivo nel corpo, ma morto nell'anima. E un giorno, prima o poi, quel dolore tagliato via con superficialità si riaffaccerà dal nero profondo della propria fragilità umana e sarà devastante. E chi coltiva l'indifferenza verso la vita è chi esalta l'avere sull'essere, il piacere sulla felicità, il denaro sull'amore. Gli spacciatori di questi modelli di vita deleteri sono i boss della TV e dei mezzi di comunicazione. Il modello vincente è il giovane, bello e ricco. E da questi spacciatori di menzogne non è accettabile la difesa della vita.
Ultima riflessione sul pensiero "laico". Guai a pensare che la laicità si difenda con il laicismo, che dallo Stato etico ci si difenda con l'etica fai da te, che i valori della vita e della famiglia siano un ostacolo all'emancipazione e alla crescita individuale. Il laicismo mi fa orrore quando esalta le richieste di una minoranza, senza garantire in principio i diritti fondativi della società umana. Il laicismo uccide la laicità quando spaccia l'idea che l'etica è solo una scelta individuale. Questa è l'anarchia. Senza etica una comunità si divora, sbrana se stessa. E le prime vittime saranno sempre i più deboli, i meno attrezzati economicamente e culturalmente. Il laicismo è nemico della democrazia, perché un'etica individualista può calpestare il diritto del prossimo.
Pertanto, vorrei che dopo le scintille stupide di questa campagna elettorale, tutti recuperino il senso della laicità dello Stato, che garantisce la vita, difende i più deboli, consente a tutti di esprimere la propria opinione. Su come si difenda la vita, a mio parere, ancora non si è cominciato a parlare con cognizione di causa. Secondo Ferrara, in Cina la legge che obbliga le famiglie ad avere un solo figlio è un abominio. Se così non fosse stato però, la Cina oggi avrebbe tre miliardi di abitanti, con la conseguenza di fagocitare tutte le proprie risorse naturali e di innescare una crisi economica mondiale devastante, con relativa scia di sangue, conflitti, morti, dolore, violenza. Prima di giocare a chi la spara più grossa, proverei a ragionare.

domenica 3 febbraio 2008

NOI TRENTENNI ULTIMA SPERANZA DELL'ITALIA

Stiamo vivendo giorni convulsi, in cui la politica e la società italiana sono attraversati da scosse elettriche. In realtà, la politica, autoreferenziale negli ultimi quindici anni, ha capito che sta perdendo completamente il contatto con la società, con i lavoratori, con le imprese, con le organizzazioni, con il volontariato, con i credenti, con i non credenti, con gli anziani, con i giovani.
Ma soprattutto tra questi ultimi, i giovani, si sta diffondendo un tremendo male, che scava dentro e li (ci) svuota: l'abbandono della speranza.
La generazione nata negli anni '70, la mia generazione, oggi dovrebbe essere il perno, la struttura portante della società. I trentenni dovrebbero essere l'ingranaggio dinamico, quello che consolida una professione, quello che si sposa e mette al mondo i figli, quello che semina le nuove idee che guardano lontano, quello che lancia il cuore nel futuro. Non è così. Viviamo tempi in cui essere giovani è quasi un handicap. E' un tempo in cui tutto è alla rovescia. Chi è giovane e deve crescere il futuro, è invitato a sopportare sacrifici economici e precarietà. E' come se a una pianta che cresce si tagliassero ogni giorno le radici. Dopo la precarietà economica, pian piano, si sta sedimentando la precarietà dei sentimenti, dei sogni, della struttura sociale.

La generazione precedente, quella nata negli anni '60, è già stata tritata dalla storia. Era giovane negli anni '80 e lì ha esaurito ogni sogno di cambiare il mondo, ogni desiderio di futuro. Quindi, quel pezzo di società che oggi doveva essere classe dirigente, di fatto non c'è. Si è frantumato e sta crescendo "senza cornice" la nuova generazione, i loro figli, che riconoscono come valore solo gli oggetti e il denaro.

Oggi, quindi, noi trentenni dobbiamo strappare il futuro dalle mani dei nostri padri e dei nostri nonni, che detengono poteri e privilegi. In fondo, qualcuno comincia a rendersi conto che se la mia generazione non crede più nel futuro, non riesce a metter su famiglia ed è prigioniera della precarietà, il sistema sociale ed economico di questo paese collasserà. Non ci saranno più soldi per le pensioni, né stipendi per gli operai. Non è così in altre nazioni. Persino i potenti Stati Uniti stanno cambiando pelle, consapevoli di aver tirato la corda e sprecato opportunità. Oggi si rimettono in gioco e un brivido di speranza pervade i giovani americani.

Un amico ingegnere mi ha detto di recente che è importante parlare di numeri e progetti concreti. E su questo non ci piove. Ma, se vogliamo, è la cosa più facile. Si buttano numeri sulla carta, si fanno accordi, si rimette in moto una macchina. Ma i numeri girano solo se gli uomini e le donne di questo paese ricominciano a sperare, a credere nel futuro. Per farlo ci vuole un grande slancio, una grande voglia di fare e di essere comunità, superando gli egoismi e stringendoci come una falange macedone. Questo è quello che dovremmo fare, che dovrebbe fare la mia generazione. Noi, trentenni, ultima speranza dell'Italia e del Sud.

Sono consapevole che l'età non è una patente di intelligenza. Ci sono tanti giovani anagrafici, inconsapevoli pugnalatori della propria generazione, ma è fisiologico. Tuttavia, c'è una grande questione generazionale, che deve svilupparsi nel tessuto della società e nella politica.

L'altra sera in TV ho ascoltato Dario Franceschini del PD, ospite ad Anno Zero. Rispondendo alle contestazioni di un ragazzo incazzato e disperato, ha citato una bellissima frase di don Primo Mazzolari, che ad un gruppo di giovani stufi della politica corrotta e sporca disse: "A che serve avere le mani pulite se poi servono a tenerle in tasca?".

Mi piacerebbe che quelli della mia generazione sentissero la necessità non più rimandabile di essere protagonisti nella società e nella politica, facendo anche da "fratelli maggiori" per i ragazzi che stanno diventando uomini e donne. La speranza toccherà riconquistarla con i denti e con le unghie, ma ne vale la pena.